Tecnicismi specifici: frontal cortex e forebrain

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La scienza medica è, fra tutte le scienze, quella che dispone di maggiori canali divulgativi e che più coinvolge il pubblico dei profani, tanto che molti termini medici appartengono persino al lessico fondamentale. Parole come cuore e cervello sono di immediata comprensione e adatte alla comunicazione di tipo verticale e reader-oriented. Spesso, però, accanto a tecnicismi specifici appartenenti al linguaggio comune appaiono termini meno noti – anche se adeguatamente spiegati – come brain stem > tronco encefalico, limbic system> sistema limbico, cerebral cortex> corteccia cerebrale o ancora neurotransmitter>neurotrasmettitore e neurons>neuroni. Risulta evidente da questo breve elenco che in ambito medico le lingue moderne possiedono un notevole numero di termini derivanti dalle lingue classiche, come conferma Pilegaard: “the medical vocabulary is almost universally based on Greek and Latin roots”.[1]

In particolare la lingua medica italiana recupera l’efficacia e la compattezza tipiche dei sintagmi nominali anglofoni soprattutto per mezzo di derivazioni neoclassiche. Attraverso la combinatoria permessa dal greco essa crea una schiera di composti, ad esempio da cefalo (= testa) a encefalo (en = dentro), prosencefalo (pros = davanti), telencefalo (telo= lontano).[2] Accanto al greco è dominante il latino: i Romani non produssero opere di scienza medica, ma tradussero instancabilmente dal greco, tanto che la loro lingua continuò ad essere utilizzata dalla trattatistica medica almeno fino al Sei-Settecento e rimase bagaglio obbligato della formazione del medico fino al Novecento.[3]

Anche la lingua medica inglese è fortemente intrisa di grecismi e latinismi, spesso assorbiti nella loro forma originaria, come hippocampus o cerebellum. Tuttavia essa, come del resto tutte le lingue germaniche, esibisce un doppio strato lessicale, nel senso che affianca a molte parole scientifiche di derivazione neoclassica termini autoctoni, come ad esempio forebrain accanto a prosencephalon.

L’opposizione tra formazioni neoclassiche e termini nativi investe la dimensione verticale delle lingue speciali. La lingua italiana, infatti, ha italianizzato la maggior parte delle forme greco-latine nel corso dei secoli, per cui molti termini sono spesso sia comuni sia specialistici (es. corteccia dal latino cortex). In inglese, invece, la base greco-latina è utilizzata soprattutto nella comunicazione tra esperti, preferendo in ambito divulgativo gli elementi corrispondenti del lessico comune.

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Diagram depicting the main subdivisions of the embryonic vertebrate brain. These regions will later differentiate into forebrain, midbrain and hindbrain structures. (Photo credit: Wikipedia)

Nello sforzo di rendere il termine più comprensibile al lettore meno colto, chi scrive testi medici inglesi commette a volte delle imprecisioni, se non veri e propri errori. Spesso, infatti, affianca due espressioni – una autoctona e una dotta – trattandole come sinonimi, ma non sempre in modo appropriato. In un testo da me tradotto ho trovato la seguente frase: The front part of the cortex, frontal cortex or forebrain, is the thinking center of the brain; it powers our ability to think, plan, solve problems, and make decisions. Il significato di frontal cortex è corteccia frontale, la parte più esterna del telencefalo; la traduzione di forebrain, invece, è prosencefalo, vescicola che in fase embrionale si divide in telencefalo e diencefalo. Affiancando i due termini si fa erroneamente passare il concetto che le due espressioni siano equivalenti. In questo caso il traduttore italiano ha due possibilità: omettere il termine prosencefalo, che un lettore medio italofono troverebbe più ostico della precedente termine anatomico corteccia frontale; oppure spiegare meglio la relazione esistente tra i due termini.


[1] Pilegaard (1997) in Ross Dolores, Profili morfologici della lingua medica: contrasti in ambito germanico-romanzo, “Rivista internazionale di tecnica della traduzione”, (8), 2004, pp. 107-128, p. 160.

[3] Serianni L., Un treno di sintomi – I medici e le parole: percorsi linguistici nel passato e nel presente, Garzanti, Milano 2005, p. 170.

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